Quello Stolfo da Ferrara
1982
Crediti
Di Raffaele Crovi
Musiche di: Franco Battiato e Giusto Pio
Regia di Velia Mantegazza
Tecnico: Titta Buongiorno
Scene e costumi: Tinin Mantegazza, Enrico Lui
Pupazzi del: Laboratorio del Teatro del Buratto
Maschere di: Natale Panaro
Luci di Velia Mantegazza
Movimenti scenici di: Jolanda Cappi
Hanno dato le voci ai pupazzi: Edmonda Aldini, Anna Identici, Duilio Del Prete, Donatello Falchi, Stefano Bianchini
In scena: Jolanda Cappi, Franco Spadavecchia, Margot Naumann, Giusi Colucci, Silvio Oggioni, Alessandra Guetta, Stefano Bianchini, Massimo Petronio, Lucilla Salvini
Versione per le scuole "Il viaggio di Astolfo"
Video
Sinossi
Con Quello Stolfo da Ferrara e Il viaggio di Astolfo, duplice produzione ispirata dall'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, il Teatro del Buratto fece un passo in avanti. Da quelle produzioni in poi, persino i pupazzi, nostro segno distintivo persino nostro nome - non sarebbero stati più uguali a prima. Li vedremo, li faremo diventare sempre più sculture, sempre più segno contemporaneo.
La creatività collettiva, con continua interscambiabilità dei ruoli e con la capacità di arrivare a scelte artistiche condivise pienamente da tutto il gruppo è la nostra cifra, da sempre. Impossibile, dunque, rendere conto precisamente di come è nato Quello Stolfo da Ferrara. È certo però che fu Italo Calvino, ancora una volta, a mostrarci la via per lo spettacolo. Jolanda Cappi venne a proporci la lettura che Calvino aveva dato dell'Orlando Furioso ariostesco. Vi trovammo un affascinante parallelo tra il mondo rurale ferrarese e l'universo meraviglioso dei cavalieri, delle armi e degli amori. E il richiamo della "Bassa" padana che il Gruppo aveva già ampiamente ammesso con l'ambientazione de Gli arcani maggiori fu più forte del timore di confrontarsi con altri, celebrati, spettacoli ariosteschi: su tutti la regia di Luca Ronconi. Si sarebbe ancor più precisato, quel richiamo alla "Bassa", nell'incontro con il poeta Raffaele Crovi. La forma della festa, per lo spettacolo, c'era già, quasi programmaticamente fu Crovi a contestualizzarla. Cosi venne quasi naturale immaginare le gesta ariostesche evocate sull'aia, da contadini intenti a provare quella tipica rappresentazione popolare che è il “Maggio".
La scena era essenziale, un'aia rotonda leggermente inclinata che diventava anche la luna, lunghi bastoni che si trasformavano in alberi, in attrezzi di lavoro dei contadini, in lance o spade dei guerrieri ariosteschi, bianchi pupazzi che ricordavano i manichini di De Chirico.
De Chirico, Schlemmer e la sua ricerca teatrale, la Ferrara del Quattrocento, furono l'itinerario visivo per la nostra messa in scena. Fu impegno importante per Enrico Lui che realizzò le scene firmandole con Tinin Mantegazza.
Chiedemmo le musiche a Giusto Pio e Franco Battiato. Le voci per i pupazzi furono prestate da Edmonda Aldini, Anna Identici, Duilio Del Prete, Donatello Falchi, Stefano Bianchini. Jolanda Cappi curò i movimenti scenici, Velia Mantegazza la regia. Titta Buongiorno lavorò intensamente alle luci, proponendo un'idea diversa del loro disegno in palcoscenico. I pupazzi furono realizzati dal laboratorio della Cooperativa.
Lo spettacolo fu un grande successo e, nella versione più agile, II viaggio di Astolfo, pensata per il pubblico infantile, conquistò al Teatro del Buratto il prestigioso Premio Stregagatto.
Perché ho scritto Quello Stolfo da Ferrara
L'Orlando Furioso era uno dei quattro o cinque libri della piccola biblioteca di mio nonno. Mio nonno materno, di mestiere trebbiatore, viveva facendo d'inverno l'uccellatore e d'estate il capotrebbia nomade in aie di paese. Mio nonno Pompeo, in autunno e in inverno nelle stalle (durante la veglia della sfogliatura e della filatura), d'estate nelle cene che si celebravano sulle aie, recitava l'Ariosto o lo reinventava, attraverso sue elementari rievocazioni in ottava rima (secondo la tecnica narrativa recitativa dei 'maggi'). Questo secondo snodo della memoria della cultura contadina della mia infanzia (una cultura i cui riti sono feste) ha figliato l'abbozzo della struttura definitiva di Quello Stolfo da Ferrara che mette in scena una festa serale di contadini alla prese con le prove di un 'maggio' che racconterà le vicende di Orlando e di Angelica, di Bradamante e Ruggero, di Rodomonte e Isabella, di Astolfo e dell'Ippogrifo. L'Emilia padana cominciava a corteggiare l'Emilia dell'Appennino (dove Ariosto aveva vissuto da onesto e preveggente governatore della Garfagnana); il fiume arrivava a lambire un'aia; ed ecco l'aia diventare, scenograficamente, la piattaforma, il centro mobile dello spettacolo.
Da "Utopia di un Teatro", Teatro del Buratto

























