Deserto nero
2009
Ideazione e progetto: Renata Coluccini e Jolanda Cappi
Drammaturgia: Jolanda Cappi, Renata Coluccini
e Renato Sarti
Supervisione alla scrittura scenica: Antonia Arslan
In scena: Jolanda Cappi, Renata Coluccini, Jacopo Storti, Giacomo Toccaceli
Regia: Renato Sarti
Assistenti alla regia: Stefano Benedetti e Marco Di Stefano
Musiche: Carlo Boccadoro
Scene: Marco Muzzolon
Disegno luci: Marco Zennaro
Costumi: Mirella Salvischiani
Direttore di produzione: Franco Spadavecchia
In collaborazione con Casa - Armena di Milano
Crediti
Video
Sinossi
«Ragazzo mio, qual è la causa ancora oggi di tutto questo dolore? Non è aver perso delle persone care, o la nostra terra... È la consapevolezza di poter essere odiati così tanto. Che razza di umanità è che ci odia fino a questo punto e con che coraggio insiste nel negare il suo odio, finendo così per farci ancora più male?»
(Charles Aznavour, nella parte del regista Edward Saroyan nel film Ararat di Atom Egoyan)
Fino a pochi anni fa, ai più, era sconosciuta l’esistenza di un popolo, di una cultura armena. Pochi sapevano quello che accadde tra l’aprile del 1915 e il settembre del 1916, periodo in cui centinaia di migliaia di Armeni furono uccisi nel primo genocidio del ‘900.
Questo genocidio caratterizzato da accuse pretestuose, da stragi e deportazione, non solo è il primo del secolo, ma sembra modello ed esempio di molti altri accadimenti successivi.
Ma oltre al fatto storico, quello che più colpisce è la lunga battaglia della memoria che gli Armeni tutt’oggi conducono, per il riconoscimento del genocidio, per non dimenticare, per non essere soffocati dal senso di impotenza generato dal non veder riconoscere una realtà vissuta sulla pelle.
Così come rimane scolpita nella mente l’immagine delle donne Armene che dopo l’uccisione degli uomini furono costrette a mettersi in cammino, ad attraversare il deserto, riunite in carovane verso Aleppo o verso Deir es-Zor, in Mesopotamia. Lungo il percorso, le prigioniere, lasciate senza cibo, acqua e scorta, moriranno a migliaia.
Dare voce al genocidio degli armeni non è solo far memoria del passato a ridosso di drammi attuali e vicini, ma anche chiedersi perché e come il nostro tempo sia segnato da questi tragici eventi.
Ispirato a “Masseria delle Allodole” lo spettacolo vede tre figure femminili camminare nel deserto. La strage dei maschi è stata compiuta, mariti, figli, fratelli sono stati trucidati. E loro camminano nel nulla verso il nulla. E’ un tempo sospeso, dopo la morte, prima della morte. Con qualche speranza? Con quale meta? I Curdi nella notte scendono dalle montagne, hanno via libera, possono fare quello che vogliono a questa processione di donne. Eppure loro continuano a camminare, non si lasciano morire. Resistono. Con dignità.
“Ma là nel deserto Siriano si stringeranno l’una all’altra cullandosi gentilmente a vicenda … cantandosi a voce quasi spenta ... il loro gioco segreto..: non animali che cercano l’ultimo boccone di pane, ma donne ancora, con un’ ultima forza nel cuore: riuscire a salvare i bambini…” E i loro passi spingono i figli verso un futuro sconosciuto, mentre le loro menti a tratti si perdono in un passato scomparso.










